Costruire passioni

Qualche settimana fa ho assistito ad una esibizione di Idea Danza, la scuola in cui per tanti anni ho studiato, e sono rimasta incantata dalla gioia che quei giovani volti esprimevano. Non solo le bambine più piccole, ma anche quelle (e quegli) adolescenti che normalmente tengono il broncio tutto il tempo: questo perché stavano facendo ciò che più le rende felici!

Alcuni genitori credono che permettere ai propri figli di fare sport o musica o danza o teatro significhi togliere tempo allo studio e accade spesso che all’inizio delle superiori molti adolescenti lascino queste attività per dedicarsi ai compiti. Spesso però succede che il tempo ‘risparmiato’ venga investito in giochi al pc o sullo smartphone e, in generale, l’abbandono dell’attività extrascolastica porti ad un peggioramento nelle capacità relazionali e cognitive. Questo accade perché quando si praticano queste attività vengono allenate competenze che sono fondamentali per lo sviluppo di un adolescente.

danza

I genitori svolgono un ruolo fondamentale per individuare e sperimentare quelle passioni che possono servire da allenamento delle potenzialità e diventare, in futuro, attività lavorative oppure veri e propri talenti.

Se alcune ricerche sottolineano l’importanza di svolgere per almeno due/tre anni un’attività per poter diventare davvero competenti e sviluppare la grinta necessaria per continuare quel percorso fino a trasformarlo in un talento, altri studi consigliano di ampliare il più possibile gli interessi in modo da sperimentare più attività, evitando l’iperspecializzazione soprattutto in giovane età.

Entrambe le teorie sono valide e ciò che bisognerebbe fare è permettere agli adolescenti di scoprire i propri interessi, lasciandogli però il tempo di coltivarli.

Lo psicologo Benjamin Bloom in  Developing Talent in Young People individua tre fasi per lo sviluppo delle abilità: al primo momento di scoperta e sviluppo di un interesse, in cui l’incoraggiamento di genitori, insegnanti ed allenatori è essenziale, segue un secondo stadio caratterizzato dalla pratica costante che permette di sviluppare competenze specifiche, dove emerge il bisogno di autonomia necessario allo sviluppo della motivazione intrinseca (svincolata quindi dalle gratificazioni esterne), per arrivare alla fase finale in cui si trova uno scopo più alto e si condivide la propria passione con altri.

Infatti, durante l’adolescenza, per sviluppare un interesse è fondamentale il gruppo dei pari: in un periodo in cui l’approvazione dei coetanei è un aspetto prioritario, condividere con gli amici un interesse è un buon modo per farne una passione. Se gli adulti di riferimento possono servire da stimolo e fornire informazioni essenziali per acquisire competenze tecniche, il sostegno del gruppo dei pari costituisce il carburante che alimenta il motore della passione.

L’interesse per una determinata attività diventa passione solo se, tramite lo sviluppo e l’approfondimento, si trasforma da esperienza fine a se stessa in pratica quotidiana, in modo che possa tracciare profondi solchi nella rete sinaptica e diventi abitudine. È ciò che lo psicologo cognitivo Anders Ericsson ha chiamato pratica deliberata, fissando il celebre tetto di 10000 ore per arrivare a sviluppare un talento e ottenere risultati di eccellenza.

La pratica, quindi, non consta solo di quanto tempo si dedica ad una certa attività ma anche della qualità: l’eccellenza è frutto di più ore di lavoro, usate meglio.

Per esempio, non contano le ore di pratica se si tiene sempre lo stesso livello di difficoltà: per progredire occorre spingersi ogni volta un po’ più in là dei propri limiti, in quell’ambito di apprendimento prossimale che fa diventare l’esercizio sfidante ma non demotivante. Inoltre, è indispensabile tener conto dei feedback e delle correzioni nel ripetere l’esercizio: continuare a ripetere lo stesso errore non porta certo all’eccellenza.

Occorre sviluppare autocontrollo e concentrazione per acquisire l’abitudine della disciplina e per cercare di fare oggi meglio di quanto non si fosse in grado di fare ieri.

Sembrerebbe una gran fatica, ma questo tipo di attività analitica e oggettiva, chiamata pratica deliberata, riguarda più la fase di preparazione, mentre l’esperienza soggettiva di profondo benessere e gratificazione che deriva dall’esecuzione è il flow.

Lo stato di flow, formalizzato in una teoria nel 1975 da Mihaly Csikszentmihalyi (uno dei padri della psicologia positiva) è uno stato di piena presenza, in cui si è così concentrati su ciò che si fa, che si perde il senso del tempo e dello spazio, non si sente fame, né sete. È come essere in un universo parallelo in cui si è ‘posseduti’ da un’energia creativa.

Questo stato non si attiva quando si è rilassati, ma mentre si è impegnati in attività sfidanti, associate ad un forte coinvolgimento ed interesse. Quando si sperimenta il flow si è totalmente immersi nel momento presente, la mente è fluida, le potenzialità vengono espresse al massimo, azione e consapevolezza si fondono. Durante il flow non si ha coscienza di se stessi, non ci si auto-osserva, non si percepisce nessuno sforzo, ma subito dopo si diventa consapevoli delle proprie capacità e che si sta facendo un compito al meglio.

Ecco perché le giovani danzatrici dell’altra sera erano così felici: stavano vivendo uno stato di flow ed è la profonda gratificazione che da esso deriva a far sì che anche gli allenamenti più duri valgano la fatica!

(dal mio prossimo libro MINDS UNDER CONSTRUCTION: Il cervello adolescente tra rischi e opportunità)