Come Romeo e Giulietta

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Vorrei che l’età tra i dieci e i ventitré anni non ci fosse,

o che la gioventù se la dormisse tutta:

nell’intervallo, infatti, non si fa altro che mettere

incinte ragazze, far torto ai vecchi, rubare, battersi.

(William Shakespeare, Il racconto d’inverno)

 

Da questa citazione sembra che gli stereotipi sull’adolescenza non siano cambiati molto dai tempi di Shakespeare, anche se sembra che il bardo avesse delle conoscenze su questo periodo della vita molto più approfondite della maggior parte degli adulti di oggi. Del resto è l’autore che meglio di ogni altro ha descritto la folle passione impulsiva e irrazionale che caratterizza questa età: come non vedere in “Romeo e Giulietta” due adolescenti in preda alle proprie emozioni, che fanno una serie di scelte impulsive e non ragionate, senza fermarsi un solo istante per pensare alle conseguenze e valutare alternative meno rischiose e, nel loro caso, meno letali?

È come se l’intera adolescenza venisse in qualche modo vissuta in stato di sequestro emotivo, quello stato che, in caso di pericolo, shock o forte stress, determina reazioni istintive basate solo sulle emozioni, bypassando la valutazione razionale della situazione. La rabbia è di tipo esplosivo, la tristezza diventa subito disperazione, la gioia è quintessenza della felicità più pura. Niente è relativo, si vive nell’assoluto. Chiedetelo a Romeo e alla sua Giulietta!

Quello che il drammaturgo inglese ci ha lasciato è un ritratto degli adolescenti che, drammi medievali a parte, è valido ancora oggi perché individua comportamenti tipici di questa età in tutte le epoche, con buona pace di chi sostiene che una volta l’adolescenza fosse meno problematica.

Quante volte abbiamo sentito dire a genitori, insegnanti, nonni e parenti vari ‹‹Ai miei tempi si era più educati, più rispettosi, meno aggressivi, etc››? E quante volte da adolescenti abbiamo pensato che, una volta diventati noi quelli ‘grandi’, certe cose non le avremmo mai dette?

Eppure sono abbastanza certa che almeno una volta nella vostra vita quel ‹‹Ai miei tempi…›› lo avrete anche solo pensato.

Ed è del tutto normale. E per più di un motivo.

Innanzitutto quando ce lo siamo sentiti dire eravamo adolescenti e il nostro cervello era sotto il fuoco incrociato di ormoni e neurotrasmettitori: per noi le emozioni erano a colori, tridimensionali e in HD, le sentivamo letteralmente bruciarci la pelle, gli altri non potevano capire e forse neanche noi capivamo noi stessi, ma il nostro comportamento ci sembrava giusto, o per lo meno l’unico che avesse un senso.

Era tutto il resto a non averlo, ad essere antico, superato, non al passo con i tempi, bastavano anche solo un paio di anni di differenza per scavare un baratro tra noi e gli altri, figuriamoci gli adulti!

E poi siamo cresciuti, abbiamo cominciato a vivere le emozioni in bianco e nero, ci siamo accomodati nella nostra vita di adulti, abbiamo preoccupazioni come il lavoro, la casa e … i figli (nostri o, nel mio caso, degli altri!). Li guardiamo e pensiamo che saranno il nostro futuro e questo pensiero ci angoscia, perché li vediamo persi e demotivati, capricciosi ed egoisti, provocatori e maleducati. E noi no, non eravamo così, avevamo degli ideali, credevamo in un futuro in cui il merito e l’impegno venivano premiati, sì forse qualcuno era un po’ irrispettoso dell’autorità, un po’ ribelle, ma non certo ai livelli che vediamo oggi.

Insomma ci siamo trasformati negli adulti che ci dicevano ‹‹Ai miei tempi…››.

Come è potuto succedere?

Sono due le motivazioni principali: noi abbiamo cambiato prospettiva, mentre gli adolescenti di oggi hanno un contesto completamente diverso da quello che avevamo noi alla loro età.

Adam Grant, nel suo bestseller del 2013 sull’intelligenza emotiva “Give and Take”, spiega il funzionamento di quello che lui definisce il perspective gap: quando non stiamo facendo esperienza diretta, fisicamente o psicologicamente, di una situazione, sottostimiamo il suo effetto e non riusciamo a comprenderne pienamente le implicazioni, anche se in passato l’abbiamo vissuta sulla nostra pelle.

Ecco perché da adulti ci sembra che le reazioni dei nostri adolescenti siano più esagerate delle nostre alla loro stessa età. Ed ecco perché ogni generazione vede in maniera diversa gli adolescenti!

Eppure il modo in cui l’adolescenza si manifesta non è cambiato: la sensazione di disagio per un corpo che non si conosce, il senso di solitudine che si scontra col bisogno di essere accettati dagli altri, la voglia di esprimere la propria unicità e la paura del giudizio degli altri che rende più ‘comoda’ l’omologazione, la sensazione di non essere capiti, ascoltati, visti, sono rimasti gli stessi.

Giudichiamo gli adolescenti di oggi in base a ciò che eravamo noi, commettendo un errore madornale: è vero che sono diversi da noi alla loro età, ma lo sono perché sono diversi il contesto in cui vivono, le esperienze a cui sono esposti e gli adulti con cui interagiscono.