Convegno Erickson #SUPEREROI FRAGILI: Adolescenti oggi tra disagi e opportunità

supereroi fragili

Non è facile fare un riepilogo di quanto ho ascoltato, vissuto, imparato e ‘sentito’ a livello empatico in questi due giorni di convegno.

Una cosa posso dirla con estrema sicurezza: ci sono tanti adulti che stanno intorno agli adolescenti, con professionalità diverse, approcci diversi. Ma tutti hanno a cuore le loro richieste, a volte espresse, a volte intuite tra le righe della provocazione e del conflitto. È stato di ispirazione, a tratti commovente, vedere quanta passione c’era non solo tra chi stava dietro ai microfoni, sul palco, ma anche tra chi stava in platea, seduto di fianco a me. Donne, tante donne (pochi uomini), che hanno riso alle battute, annuito davanti alle evidenze che si ritrovano ad affrontare ogni giorno, applaudito verità sacrosante che poche volte si sentono.

Comunque, bando alle ciance, provo a fare un resoconto tematico di quanto ascoltato tenendo conto che, non avendo ancora ricevuto il super potere dell’ubiquità (io ci provo a farmi colpire da un fulmine, ma sembra che non sia così facile), ho potuto scegliere solo alcuni workshop e l’ho fatto tendendo una mia linea formativa, che riguardava la scuola, l’orientamento, l’identità e le neuroscienze.

Il convegno si è aperto con le parole di Giorgio Dossi, presidente Centro Studi Erickson, che ha sottolineato come l’adolescenza sia da sempre un momento di rottura, ma che lo specifico momento storico in cui viviamo ha caratteristiche diverse e complesse, che aumentano gli effetti dei disagi tipici di questa età.

I progressi tecnologici hanno portato gli smartphone a “diventare delle protesi del nostro essere e del nostro stare in società, che stanno ridefinendo il significato di comunità (community) e società (social)”; le trasformazioni sociali, e i grandi processi migratori in particolare, stanno disegnando una società multiculturale che mette in difficoltà noi adulti per primi; mentre la crisi economica è ormai diventata “una vera dinamica economica che colpisce le prospettive e le speranze dei giovani”.

Adolescenza: storm & stress

I due ospiti stranieri del convegno, lo psicologo Peter Uhlhaas dell’Istituto di Neuroscienze e Psicologia dell’Università di Glasgow e il professore Wim Meeus dell’Università di Utrecht e di Tilburg, hanno fatto luce sulle fasi evolutive e neurobiologiche dell’adolescenza.

Già nel 1900 lo psicologo Stanley Hall, facendo riferimento alla corrente artistica tedesca dello Sturm und Drang, si riferì all’adolescenza come una fase contraddistinta da Storm and Stress: un periodo caratterizzato da conflitti con i genitori, rapidi cambiamenti di umore e comportamenti rischiosi.

Uhlhaas ha parlato di adolescenza come periodo di adattamento psicosociale e, grazie ai recenti contributi provenienti dalla ricerca scientifica della psicologia, della neurobiologia e, soprattutto, della neuroimaging, ha dato uno spaccato dello sviluppo cerebrale degli adolescenti. Queste ricerche hanno confermato la tendenza dei giovani adolescenti ai comportamenti rischiosi (guida spericolata e abuso di alcol e droghe ‘ricreative’), soprattutto quando sono in gruppo. Si tratta di una spinta evolutiva (necessaria di certo un tempo, oggi forse solo molto pericolosa) che, in caso di decisioni rischiose, attiva il nucleo accumbens, sede del sistema della ricompensa, con scariche di dopamina (il neurotrasmettitore del piacere).

Le ricerche confermano inoltre come la continua fluttuazione nelle emozioni, tipica di questa età, sia dovuta ai massicci cambiamenti nella corteccia prefrontale e del sistema limbico. Questi due sistemi collaborano per lo sviluppo del comportamento e la regolazione delle emozioni, ma i cambiamenti non avvengono in simultanea e la comunicazione tra le due parti non è ottimale: gli adolescenti sono come un aereo impazzito, senza pilota!

Ma l’adolescenza è anche un periodo fondamentale per la formazione della propria identità: chi sono? Qual è il mio posto nel mondo? A cosa voglio rimanere fedele? A cosa voglio dedicarmi? Sono sempre la stessa persona nonostante tutti i cambiamenti che stanno avvenendo?

Il professor Meeus, partendo dal modello di Erickson, ha descritto questo processo attraverso due cicli: la formazione dell’identità, che consiste nel fare una scelta, valutare alternative ed, eventualmente, riconsiderare la scelta fatta giungendo ad una nuova; il mantenimento dell’identità, attraverso l’esplorazione profonda della coerenza tra scelta e identità. Il primo ciclo appartiene, di solito, alla prima adolescenza e porta ad uno stato di insofferenza e disagio. Ogni riconsiderazione porta alla rottura delle certezze, quindi l’esplorazione profonda è un’arma a doppio taglio: da una parte man mano che si forma l’identità aumenta l’autoregolazione, l’organizzazione, il senso di continuità passato-futuro; dall’altra tutto questo processo di ricerca genera stress e, di solito, porta ad un peggioramento dei rapporti con le figure di riferimento e, in particolare, con i genitori.

 

Dalla famiglia degli adolescenti alla famiglia adolescente

Su una cosa tutti gli esperti ascoltati in questi due giorni sembrano concordare: non sono gli adolescenti ad essere cambiati, ma il mondo intorno a loro, e in particolare i loro genitori!

Mai genitori e figli si sono amati così tanto”, dice la sociologa Vincenza Pellegrino, in chiusura di convegno. Eppure c’è qualcosa che non funziona in questo modo di esprimere la genitorialità.

Massimo Ammaniti, professore di Psicopatologia dell’età evolutiva all’Università la Sapienza, parla di ‘famiglia adolescente’, un sistema in cui, come nella società liquida di Baumann, i confini tra i ruoli sfumano: i genitori non sono in grado di sostenere il loro ruolo educativo e formativo, hanno paura del conflitto, del dolore della rottura del legame genitoriale. E allora anticipano i comportamenti dei figli (per esempio sul campo sessuale, per averne il controllo) e l’autonomia diventa concessa, servita su un piatto d’argento, non è più una conquista dei giovani, che hanno bisogno di opporsi ai genitori, e agli adulti in generale, per crescere.

Per Gustavo Pietropolli Charmet, psicoterapeuta e psichiatra, la famiglia diventa ‘famiglia orizzontale’: genitori e figli che si equivalgono nei processi decisionali familiari. E in questa famiglia gli adolescenti sono ‘supereroi’ perché non hanno paura di essere puniti (in realtà non esistono più le punizioni), ma sono fragili perché hanno paura di non essere all’altezza di ciò che i genitori gli chiedono, di vergognarsi, di essere umiliati, non ammirati, non popolari. L’adolescente vuole essere apprezzato per ciò che è come persona e non per ciò che sa (scuola) o che può fare (sport). “Il supereroe è fragile perché è esposto allo sguardo degli altri” e la scuola è il luogo per eccellenza dove questa paura viene espressa: il giudizio dei pari è l’unica cosa che conta, e il corpo è il campo di battaglia privilegiato. Ha inoltre paura della noia e della solitudine: il gruppo risolve questo problema e allo stesso tempo lo peggiora con un bisogno sempre crescente di restare sempre connessi, di verificare cosa si dice di lui.

Secondo Daniele Novara, pedagogista e direttore CPP- Centro psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti, questi nuovi genitori “sono più disponibili, più affettuosi, vogliono essere più psicologi che educatori e vogliono parlare tanto, ascoltare tanto. Ma parlare non è educare”.

Gli adolescenti non amano le parole, usano il linguaggio delle emozioni non delle parole, non amano il fiato sul collo, detestano i giudizi e che gli si dica cosa fare e come risolvere un problema (trovare la soluzione è utile solo ai genitori per placare la loro ansia… più utile sarebbe dirgli ‘pensaci, poi ne parliamo’).

Non vogliono che i genitori, e gli adulti in generale, facciano ‘gli amici’: hanno bisogno del conflitto e non trovando più argomenti facili per il conflitto (uscire la sera, portare a casa il fidanzato/a, farsi un tatuaggio, fumare) alzano l’asticella e arrivano ai comportamenti altamente disadattati di cui siamo spettatori: dipendenze, bullismo, ritiro sociale.

Il disagio dell’adolescenza

In questo contesto gli adolescenti fanno più fatica dei loro coetanei di 10/20 anni fa: per loro non ci sono certezze, il punto d’arrivo è sempre un nuovo punto di partenza, galleggiano sulla superficie cercando di non farsi sommergere dalla paura.

L’età dell’eros, della passione, dell’energia, dell’intraprendenza è ora avvitata su se stessa, sulla paura di fare la cosa giusta, ma giusta rispetto a cosa? Come possiamo noi dire cosa è giusto per loro? La loro vita è completamente diversa dalla nostra alla loro età: e se gli alienati, in questo momento di grandi cambiamenti, fossero gli adulti?” Questa la provocazione del sociologo Stefano Laffi (autore di “La congiura contro i giovani” e “Quello che dovete sapere di me”), che poi continua “Ragazzi spiati già prima di nascere, misurati secondo parametri standard (dal peso alle capacità cognitive), per capire se sono adeguati.”

E quindi, dietro l’angolo, la tragedia della normalità: se il varco per il futuro è sempre più stretto, l’adolescente pensa che deve rientrare tra le eccellenze, altrimenti non ha speranza. E se non ce la fa, ecco che arriva il disagio.

I disagi dell’adolescenza sono cambiati negli ultimi 20 anni: da un generale stato di smarrimento sulla propria identità e conflitto generazionale, dove la dipendenza interessava solo una certa tipologia di adolescente, si è passati ad un disagio diffuso che nel 90% dei casi si risolve sempre in una dipendenza: dal cibo, dall’alcol, dal web, dal gioco, dalle droghe ‘ricreazionali’. E in tutti questi casi quello che appare evidente, secondo la psicologa e psicoterapeuta Rosanna Schiralli, è l’assenza di desiderio, inteso come spinta motivazionale che arriva dalla mancanza, cosa che non esiste più nel mondo dei ‘piccoli imperatori’ che hanno tutto, dove “ciò che voglio ottengo e lo ottengo subito” e non si conosce differimento dell’appagamento né autoconsolazione.

In questo mondo dove lo stato pulsionale del bambino non viene superato, ma anzi si perpetua fino all’adolescenza (e oltre), dove non esiste la resistenza alla frustrazione né l’attesa, il vero gesto rivoluzionario di un genitore sarebbe “regalare ai ragazzi uno spicchio di cielo nero dove disegnare le proprie stelle”. E invece vediamo genitori che difendono i propri figli a spada tratta (a volte anche oltre il buon senso), senza che si rendano conto di quanto questo porti il ragazzo a sentirsi solo, senza una ‘valigia della sicurezza’ che lo accompagni verso l’età adulta, che lo aiuti a superare le frustrazioni che necessariamente arriveranno.

Ulisse Mariani, psicologo e psicoterapeuta, dice: “E quando questo succede e l’angoscia diventa opprimente, la soluzione è lì a portata di mano, più semplice ed economica di quanto crediamo: una birra in più, una canna, una pasticca, possono far stare meglio e allora nessuna informazione sulle dipendenze può tenerli lontani da ciò che risolve il loro problema”.

Durante l’adolescenza il cervello vive una fase di profondi cambiamenti e alcune aree sono più sensibili delle altre: sia in positivo che in negativo. Se stimolate nel modo ottimale queste aree si sviluppano, mentre stimoli negativi possono portare a danni permanenti: per esempio, l’uso di alcol e cannabis in questa fase evolutiva causa una iperstimolazione dell’amigdala e dell’ippocampo, con una conseguente risposta emotiva più ‘drammatica’ (con un aumento del rischio di psicosi).

L’adolescente non si preoccupa delle conseguenze: “il suo cuore batte per il tempo futuro che teme e che è già presente nel presente” (Pietropolli Charmet). È per questo che se perde la speranza in un futuro in cui i suoi problemi non ci saranno più, si perde nel presente cancellando la differenza tra giorno e notte, tra ieri e domani.

Se nelle ragazze il disagio che più spesso si manifesta riguarda i comportamenti alimentari, tra i ragazzi (soprattutto se bravi a scuola, ma insofferenti al gruppo classe) sta aumentando sempre più il fenomeno del ritiro sociale (fenomeno osservato già negli ‘80 in Giappone e che ha dato il nome di hikikomori a questi ragazzi), che non coincide, come spesso si crede, con la dipendenza da internet: “se in un primo momento la vita virtuale diventa un surrogato di quella reale, nei casi più gravi questo non è più sufficiente a lenire il dolore per il crollo dell’ideale infantile. Per questo togliere drasticamente e improvvisamente internet a chi manifesta i primi sintomi, può non essere la migliore azione da compiere” (Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta).

Una scuola a misura di adolescente

La scuola esce da questo convegno con due profili principali e tante sfumature in mezzo: da una parte ci sono gli insegnanti che ti cambiano la vita, quelli che mettono passione in ciò che fanno; dall’altra ci sono quelli che fanno danni; in mezzo tutto il resto.

Francesco Dell’Oro, esperto in orientamento scolastico, dice “Vedo troppi adolescenti che sono anime ferite da giudizi senza appello, devastanti sull’autostima”. È qui che la tutta la loro fragilità viene fuori. Tra le quattro mura di un’aula scolastica, che loro percepiscono come un non-luogo, la paura del giudizio e il loro senso di inadeguatezza trova nutrimento. Per questo è importante valorizzare ogni capacità, ogni talento, fare attenzione al divario tra conoscenza scolastica e competenza, perché le aziende sono queste ultime che richiedono!

E allora, come la scuola di oggi può rispondere ai bisogni degli adolescenti?

A questa domanda ha dato una sua risposta Laura Bialcato, dirigente scolastica, ponendo l’attenzione sui bisogni fondamentali degli adolescenti. L’obiettivo della scuola deve essere quindi quello di promuovere e favorire gli apprendimenti, senza prescindere dalla finalità di generare benessere negli adolescenti rispettandone il diritto non solo alla conoscenza e alla formazione, ma anche quello di essere ascoltati in modo da essere parte attiva nella costruzione del proprio percorso formativo, in un ambiente stimolante, che favorisca e ispiri le metodologie didattiche. Ma soprattutto, conclude la DS, “una buona scuola è quella che riesce a coinvolgere la risorsa famiglia e soprattutto la risorsa persona”.

Emanula Nardo, pedagogista e docente, ha invece sottolineato cosa significa incontrare un adolescente a scuola: aiutarlo a trovare regole, aiutarlo davanti al milione di scelte possibili, educarlo al coraggio della speranza e all’incertezza del cambiamento, alla capacità di rialzarsi e superare la frustrazione. Il tutto “essendo sempre credibili, perché loro, gli adolescenti, non si fidano”.

E quindi, il nocciolo della questione è sempre quello della relazione: “la sfida educativa trova risposta nella relazione, luogo in cui si realizza il desiderio di amare ed essere amati, dove tu mi restituisci qualcosa di me che mi permette di capirmi meglio” (Saverio Sgroi, educatore autore di “La sfida educativa”).

Insegnare significa lasciare il segno, non con la conoscenza ma con la relazione (che non si limita al piano cognitivo, ma sfrutta ogni dimensione della relazione: affettiva, spirituale, biologica): per educare bisogna entrare nel cuore, passare dall’emozione e solo dopo salire sul piano razionale e cognitivo.

Le soluzioni

La proposta di Schiralli e Mariani per prevenire le dipendenze, l’abbandono scolastico e le condotte devianti in generale, è ‘vaccinare’ gli adolescenti contro le sostanze stupefacenti che hanno naturalmente nel loro corpo e che li mettono tanto in crisi: le emozioni. L’educazione alle emozioni è il migliore fattore di protezione dal disagio e significa educare al controllo delle pulsioni, attraverso l’allenamento al riconoscimento e alla decodifica delle emozioni, delle sensazioni e degli stati d’animo. Educare alle emozioni significa cambiare l’architettura del cervello, sviluppare l’empatia, capacità fondamentale per la responsabilizzazione: io sento quello che l’altro sente, sono in grado di capire le conseguenze delle mie azioni.

E poi, quali altre soluzioni? Genitori capaci di fornire punti di vista, regole e confini, di fronteggiare il conflitto trovando punti di mediazione, di dimostrare con i fatti e non solo a parole quali sono i valori che sostengono la vita della famiglia e del singolo. Si è scoperto che in adolescenti che hanno contenimento, regole, disponibilità e accoglienza dai genitori, sono più attivi i lobi parietali, con una conseguente maggiore produzione di neurotrasmettitori della calma, del desiderio e della curiosità: ossitocina, serotonina e dopamina. Negli adolescenti che invece non hanno lo stesso tipo di interazione con i genitori e manca ogni contenimento, ad essere più attivi sono i lobi frontali e il cortisolo, neurotrasmettitore dello stress, dell’agitazione, della scarsa concentrazione e della poca memoria.

Per Laffi la soluzione sta nel rompere il dualismo adulto-adolescente, nell’invitare gli adolescenti a entrare nel mondo attraverso esperienze trasformative, che diano loro responsabilità, che diano loro la possibilità di realizzare concretamente qualcosa e poter dire “quello l’ho fatto io!”.

E così, vivendo un presente alternativo dove possano scoprire e mettere in campo le loro capacità (non solo sul campo cognitivo), giungere al riscatto di queste nuove generazioni.

 

Questo è stato il ‘mio’ convegno, queste le parole che mi sono rimaste dentro: alcune sono conferme, altre hanno acceso una luce su un angolo buio della mia consapevolezza, hanno dato spessore e consistenza ad un sentire che non riuscivo ad esprimere, che mi sfuggiva tanto era sottile.

Torno a fare il mio lavoro di coach e di insegnante con un nuovo bagaglio, con nuovi punti di vista e spunti di lavoro, ma soprattutto con la consapevolezza che solo noi, adulti di riferimento nella vita degli adolescenti, possiamo aiutarli ad attraversare questo mare in tempesta e giungere, se non sereni, per lo meno preparati, alle spiagge dell’adultità: nella speranza che, in futuro, non ci siano più anime ferite dai giudizi di insegnanti superficiali e non si debba più parlare di famiglia adolescente ma di famiglia dell’adolescente, capace di sostenerlo e guidarlo, anche attraverso il conflitto.